Con la scomparsa di Tonino Carino più che un pezzo di storia della televisione se ne va un pezzo della storia del calcio italiano.
Se Valenti, Martellini, Ciotti, Ameri, Bortulozzi erano i mostri sacri, la perfezione cui tendere, Tonino Carino era il cronista-simbolo, il rappresentante più caratteristico della classe di corrispondenti di provincia, catapultati negli anni Settanta e Ottanta, verso la notorietà nazionale dalle imprese delle squadre di club che seguivano. Carino, sposato, due figli, aveva iniziato la carriera giornalistica nel Corriere Adriatico per poi passare alla Rai, dove è rimasto sino alla pensione. Ma la sua fama era legata a quella dell’Ascoli e le retrocessioni del club bianconero, di fatto avevano relegato al solo ambito regionale le cronache di Carino. Un destino comune a quello di tanti colleghi.
La ribalta della serie A conquistata da Ascoli, Catanzaro, Avellino, Cagliari, Verona, Perugia, Catania, Udinese, Sampdoria e Genoa aveva trasformato a livello nazionale i cantori delle imprese calcistiche in simboli non solo delle squadre ma delle città stesse, finendo per identificarle più degli stessi colori di maglie e bandiere. Un plotone di onesti cronisti di provincia trasformati in monumenti viventi, rappresentanti cittadini presso il resto della nazione: Emanuele Giacoia da Catanzaro, Italo Kuhne e Luigi Necco che si alternavano tra Napoli e Avellino, Antonio Capitta e Luigi Coppola da Cagliari, Ferruccio Gard da Verona, Lamberto Sposini da Perugia, Puccio Corona da Catania, Maurizio Calligaris da Udine, Giorgio Bubba da Genova. Da Ascoli c’era Tonino Carino: emblema della squadra capitanata da Adelio Moro, al pari del presidente Costantino Rozzi e dell’allenatore Carletto Mazzone. Una triade pittoresca, nei modi e nel proporsi, ma molto competente. Quell’Ascoli era un’ottima squadra e al Cino e Lillo Del Duca molte “grandi” ci lasciavano le penne. La pronuncia quasi infantile di Carino, involontariamente, contribuiva ad alimentare il mito, caratterizzando e personalizzando ancora di più la realtà di Ascoli, che grazie a Rozzi e Mazzone, già si distingueva di suo rispetto alle altre.
Era la serie A a sedici squadre: sei tra Roma, Milano e Torino, appena dieci per il resto d’Italia. Una vetrina esclusiva. Niente a che vedere con l’attuale formato a 20 squadre e la copertura televisiva in tempo reale da tutti i campi. Negli anni Settanta e Ottanta il calcio nelle case degli italiani arrivava in diretta radiofonica con “Tutto il calcio minuto per minuto” e in video, in leggera differita, poco più di un’ora dopo il termine delle partite, attraverso “90° Minuto”. Se le voci della radio erano avvolte nel mistero, i volti della squadra guidata da Paolo Valenti erano così tipici, anche nei difetti quasi caricaturali, da renderli “normali” e per questo più vicini, di famiglia. Un’atmosfera da bar dello sport dove la parzialità era accettata, anzi doverosa. Impensabile oggi. ECL
